La vita

La formazione dell’impiegato Ettore Schmitz.
Italo Svevo, pseudonimo di Ettore Schmitz, nasce a Trieste nel 1861 da una famiglia ebraica e conduce una vita agiata grazie al lavoro del padre.
Trieste è una città che fa parte, fino al 1920, dell’impero asburgico ed è considerata una città di frontiera quindi patria di mille culture differenti. Quando ha quattordici anni decide di trasferirsi in Baviera per migliorare gli studi contabili ed impara quindi il tedesco. Tuttavia si appassiona segretamente a letteratura e filosofia, tanto che quando nel 1878, quando torna a casa vorrebbe andare a Firenze per imparare meglio l’italiano, ma il padre non è d’accordo. Nel 1880 scrive presso il giornale triestino “L’indipendente” come Ettore Samigli. Nel 1883 quando l’azienda del padre fallisce, cerca lavoro presso la Banca Union di Vienna come addetto alla corrispondenza. Contemporaneamente, nel 1892, pubblica come Italo Svevo il suo primo romanzo “Una vita”.
La vita agiata di uno scrittore clandestino.
L’esordio letterario di Svevo è un fallimento. Tuttavia, l’indifferenza totale di lettori e critici però non lo tocca tanto e sei anni dopo esce “Senilità”, ma non riscuote molto successo. Nel 1896, sposa la cugina Livia Veneziani e guadagna così lo status sociale che tanto ricerca.
All’apparenza è un uomo di successo e realizzato, ma scopriamo nei suoi diari di un uomo insoddisfatto e rancoroso. Nel 1899 entra anche a lavorare presso la ditta del suocero, questo gli permette di andare spesso in Inghilterra mantenendo ancora di più una facciata di realizzazione quantomeno sociale ma aumenta la sua frustrazione personale.
Il successo inatteso e gli ultimi anni.
Tre sono gli eventi che cambiano completamente il suo futuro. Nel 1905 incontra James Joyce, che insegna ancora inglese, e tra i due nasce un’amicizia profonda. Infatti, l’uno diventa quello che oggi verrebbe definito “Beta Reader” dell’altro, ossia leggono per primi loro lavori. James Joyce è il primo che lo apprezza più di chiunque altro. Nel 1908 si appassiona alla psicologia leggendo le opere di psicoanalisi di Sigmund Freud, tuttavia capisce come possa volgere lo studio della psicoanalisi a favore della sua professione culturale: la psicoanalisi è ottima per scandagliare l’animo umano, ma non è assolutamente una cura, difatti il cognato che era tossicodipendente con le cure di Freud addirittura peggiora.
Gli ultimi anni
Dopo la fine della guerra la fabbrica di vernici del suocero fallisce e Svevo può dedicarsi completamente allo studio del violino e alla scrittura. Nel 1923 nasce “La coscienza di Zeno”, pubblicata ovviamente a proprie spese. Ha un iniziale successo che lo ha fatto ben sperare, che accresce quando Joyce non fa leggere il suo libro in tutti i salotti vicini. Ecco un po’ di visibilità sul panorama europeo, in Italia invece il promotore di questa opera è Eugenio Montale.
A Parigi addirittura nasce quello che venne definito “il caso Svevo”, che viene addirittura omaggiato come maestro. Nel 1928 nasce a Firenze lo “Svevo’s club” di cui Montale Vittorini è il più illustre partecipante del tempo. Questo fa sì che Svevo abbia una sorta di felicità precedente alla morte avvenuta nel 1928 a Bormio in Valtellina in seguito ad un incidente. Dato che era gravemente malato a causa dell’enfisema polmonare causatogli dal fumo non guarì mai completamente dalle ferite riportate.
Le opere
Una vita
La prima opera famosa di Svevo è quindi “Una vita”, pubblicato nel 1892 con il titolo “Un inetto”. Questo fu definito da Montale come un grande affresco che scandaglia l’animo umano. È caratterizzato dal discorso indiretto libero e ha una conclusione affrettata. Troviamo anche una scarsissima apertura verso gli altri personaggi e un’ampia descrizione di paesaggi d’interni tipica della moda naturalistica.
Il protagonista è Alfonso Nitti, un impiegato di banca emarginato a causa della sua vena poetica, a un certo punto della sua vita è invitato dal proprietario della banca nel salotto della figlia Annetta che gli chiede di aiutarlo con il suo romanzo. Tuttavia spreca questa grande occasione perché utilizza la scusa della malattia della madre per allontanarsi dalla ragazza. Quando torna viene disprezzato e in più Annetta sposa Macario. Tra il fratello di Annetta e Alfonso scoppia una lite e dovrebbero fare un duello, ritenendo questo duello una cosa inutile Alfonso Nitti si suicida col gas.
Questo romanzo rappresenta una prima rottura parziale con la tradizione ottocentesca in quanto l’analisi dei moti interiori fa trapelare un fortissimo senso di crisi che si evince anche dalle inettitudine del personaggio. Alfonso Nitti è un vinto che però soggiace nella sua condizione: non fa nulla per migliorarsi. Il fallimento è la motivazione interna di ogni personaggio sconfitto in partenza che non è in grado di lottare per la vita. Il suicidio, a differenza di Jacopo Ortis, è un atto di codardia in quanto Nitti è impossibilitato a rimediare la sua inettitudine.
Senilità
Il protagonista è Emilio Brentani, un impiegato con delle illusioni letterarie. Lui è anche leggermente politicante che si risolvono nel nulla ma che fanno sì che Brentani si ritenga un incompreso.
I personaggi che caratterizzano l’opera, insieme appunto ad Emilio Brentani sono la sorella Amalia e l’amico Stefano Balli, scultore senza talento ma pieno di sé.
Brentani si sente vecchio nell’anima e per evadere inizia una relazione con Angiolina che è una povera donna di facili costumi che, trasfigurata in personaggio letterario, diventa «Ange» come sulla scia del Dolce Stil Novo.
Questa donna in pratica amoreggia e poi scappa a Vienna con un altro corteggiatore, la sorella Amalia si innamora di Stefano Balli tuttavia non confessa mai il suo amore e si ammala lentamente anche assumendo etere fino a morirne.
Davanti al grigiore della sua vita, Emilio diventa inerte e imprigionato e in un disegno psicologico completamente diverso da quello di Nitti perché Alfonso Nitti preserva ancora delle aspirazioni romanzesche e romanzesco è appunto il suicidio, mentre Emilio sa di non avere delle qualità e proietta il male che avverte tra il lavoro e la casa.
Questi sono appunto i segni visibili del tramonto delle prospettive positive dell’autore: dai sogni di giovinezza di Alfonso si passa alla rassegnazione passiva di Emilio.
Emilio dimentica gli insuccessi, volta pagina quasi da tutta questa situazione convincendosi se ancora di più della sua superiorità morale per mascherare la sua inettitudine.
Inoltre Alfonso ha una fitta rete sociale attorno a sé, mentre il protagonista di «Senilità» è solo e chiuso in un quadrilatero di personaggi in cui lui è la sorella sono i deboli e subiscono la vita mentre Angelina e Stefano sono dei personaggi forti e realisti che esibiscono la loro sicurezza.
La struttura
La struttura è ancora leggermente ottocentesche, il romanzo è in terza persona e il punto di vista è quello di un soggetto stereotipato, la voce narrante è quasi ironica e svela le bugie di Emilio, nonostante si tratti di un vero monologo interiore ci si ottiene ancora il discorso indiretto.
Le altre opere
Tra le altre opere di Italo Svevo troviamo “Racconti e commedie” anch’esso senza successo, nel quale spicca il racconto “Una lotta”. Si tratta di una sorta di pre-romanzo rispetto a “Senilità” in cui il protagonista Arturo Marchetti è abbandonato dalla propria amata. Un altro racconto che spicca è “L’assassinio di via Belpoggio” che si rivela essere la storia di un maldestro omicida che finisce poi per confessare.
Dopo “La coscienza di Zeno” troviamo anche “Le novelle”. La più famosa è “Corto viaggio sentimentale” pubblicata nel 1925, a queste segue un quarto romanzo di cui sono pervenuti soltanto alcuni capitoli. Il più conosciuto è “Le confessioni di un vegliardo” che parla di un anziano che esalta la scrittura come metodo per guarire dalla scarsità di memoria, quindi delle dimenticanze nella mente, e di come essa sia anche un mezzo per capire la propria esistenza.
I grandi temi
La concezione della letteratura
La concezione della letteratura di Svevo come vediamo è piuttosto particolare: per anni ha considerato la scrittura come un vizio da nascondere che gli serviva come un’evasione dalle ostilità familiari e sociali che lo circondavano. Contemporaneamente la scrittura rappresentava una minaccia per la facciata da perbenista che si era creato, diventa quindi un mezzo con una valenza positiva, dirompente e rivoluzionaria che mette a nudo l’uomo contro la corazza di incertezza di emotività che ha, in più è un mezzo di ribellione al padre autoritario che gli è partito determinati valori che erano lontani dalla letteratura.
Al tempo stesso la scrittura rappresenta una trasgressione, quasi un’esigenza esistenziale. Perché nascosta e non un mestiere? Perché così non è sottoposta a nessun canone, rappresenta per Svevo l’assoluta libertà senza necessità del giudizio della critica. Vita e letteratura si incontrano nelle sue opere ed è la letteratura a scendere verso un piano “comune”. È un’analisi, anzi un’autoanalisi spietata che racconta i tic, gli impulsi, tutte le mancanze dell’autore stesso attraverso i soggetti.
La scrittura ha anche un’azione chiarificatrice un po’ come accade nel quarto romanzo incompiuto: svela l’esistenza dell’uomo sulla carta, la penna è lo strumento di conoscenza di se stesso, è terapia ed è salvezza. Parla di un presente non conoscibile, di un passato che “ancora non svanì” ed viene spiegato attraverso la carta. Appare quindi ovvio che i personaggi siano scrittori in quanto la superiorità che non è sociale diventa superiorità culturale, intellettuale almeno all’apparenza perché chi scrive e spesso in uno stato d’animo di inferiorità di malattia. Tuttavia è cosciente della propria malattia e la abbraccia come una realtà.
L’autobiografia di un uomo comune
Le opere di Svevo possono considerarsi come un’autobiografia di un uomo comune, tuttavia questa autobiografia Svevo tiene a sottolineare che non è la sua, sebbene in ogni opera e personaggio si riscontrino dei tratti della propria vita essi sono solo lo spunto per analizzare i comportamenti dell’uomo in generale. Nelle sue opere l’autore ingrandisce dettagli apparentemente irrilevanti, registra le azioni involontarie della gente in relazione a se stessi, all’ambiente e agli eventi che gli girano intorno. Svevo va a fondo nella propria psiche per riconoscere il comportamento degli altri e la discesa verso l’interiorità. In questo si nota l’influenza di Dostoevskij.
Come i naturalisti ha sì la ricerca dei dettagli, ma non si sofferma a quelli esterni dell’ambiente: parte da questi dettagli esterni per fare un’analisi approfondita dell’io, di ciò che questi elementi esterni all’uomo provocano all’interno.
Respinge la fede nel progresso e non credere nella scienza per questo sviluppa una concezione tipica poi del primo 900 che sarà quella della “coscienza della crisi”; Svevo è uno scettico è indifferente a qualsiasi ideologia politica e ha difficoltà ad entrare in comunicazione col prossimo. Riconosce un male di vivere che tocca l’intera umanità, presenta un dualismo fortissimo tra vita e coscienza da cui derivano tutti gli altri binomi caratteristici delle sue opere, come il contrasto tra sostanza e forma, ipocrisia e verità, onestà e malafede, questo crea comunque un’uniformità di tutti i personaggi perché la loro ambiguità fa affiorare le crisi e le tensioni tipiche della razza umana. Non ci sono eroi, non ci sono figure positive o negative, ma c’è un uomo comune senza qualità ossia un inetto.
Influenze culturali
La cultura di Svevo è quasi una spugna. Ricordare che viene da una città ricca di influenze è importante per capire quanto possa essere un autore aperto. La sua formazione non è umanistica, non fa lo scrittore per mestiere, è considerato uno scrittore di confine così come la tua città, Trieste. Opera alla marginalità degli ambienti culturali italiani, è estraneo alla formazione tipica del letterato e ha una contraddizione interna di pensieri e tendenze culturali, lo stesso nome “Italo Svevo” indica che un è un irredentista con mentalità molto simile a quella tedesca (Svevo).
Questo suo assimilare e rielaborare maniera personale le opere e i pensieri che sono stati elaborati in precedenza si nota in quanto riesce a cogliere delle opere precedenti la “pars destruens”, ossia gli elementi critici, ma non la “pars construens”, quindi l’ideologia operativa che porta all’evoluzione e al miglioramento dei personaggi.
Appare evidente se si pone in relazione Svevo a cinque noti filosofi: Schopenhauer, Darwin, Marx, Nietzsche e Freud.
Per quanto riguarda Schopenhauer la sua influenza si vede soprattutto nei primi due romanzi. Ci sono due categorie di persone: i lottatori che Svevo fa corrispondere alle persone sane, essi hanno tutto e vanno avanti così, e i contemplatori, essi sono quelli che Svevo trasforma in malati. In effetti non c’ero eroismo, soltanto debolezza umana.
L’autore coglie ed elabora la teoria di Darwin sulla selezione naturale affermando che solo gli uomini che ammettono di essere malati possono star bene. La “sanità” presa per buona si può trasformare in ottuso conformismo.
Il marxismo gli serve semplicemente come prospettiva per studiare i meccanismi psicologici degli antenati. Per quanto riguarda l’influenza di Nietzsche possiamo dire che si appoggia al suo pensiero solo per quanto riguarda la critica dei valori borghesi, ovviamente non riconosce la politica del super-io.
La coscienza di Zeno
Nascita e sviluppo dell’opera
La coscienza di Zeno è il romanzo italiano che meglio rappresenta la crisi tipica di inizio Novecento. Il protagonista è un uomo debole e suggestionabile, sebbene ci sia una voce narrante è più che altro l’ambigua confessione di un protagonista del mescola verità e bugie in un flusso di coscienza. Molto forte è l’indagine introspettiva che rivela la falsità e l’ipocrisia della borghesia.
Per quanto riguarda la struttura della trama possiamo dire che è innovativa e complessa, si tratta di un memoriale in prima persona organizzato in nuclei tematici scritti su ordine del “Dottor S” che non si sa se è Svevo stesso o se la “S” sta per Sigmund Freud. È il dottore a scrivere e firmare la prefazione affermando anche di pubblicare quest’opera per ripicca nei confronti del suo paziente che deciso di interrompere la terapia. Segue un preambolo scritto da Zeno stesso e i capitoli sono tutti tematici senza una successione cronologica. Essi sono:
- Il fumo
- La morte di mio padre
- La storia del mio matrimonio
- La moglie l’amante
- Storia di un’associazione commerciale
- Psicanalisi.
La stesura dell’opera è iniziata nel 1919 ed è finita nel 1922 per essere poi pubblicata poi nel 1923 sempre a spese dell’autore.
La trama
Questa è la storia di Zeno Cosini un inetto perennemente indeciso. Il primo sintomo di questo suo male di vivere è la dipendenza dal fumo che si porta dietro da tutta la vita. Un altro aspetto del romanzo è la lotta con il padre: un uomo borghese che non lo capisce ed ha così poca fiducia in lui che il denaro che gli lascia in eredità verrà dato ad un amministratore così che Zero possa vivere di rendita senza gestire egli stesso i suoi averi, e quindi sperperarli.
Anche sul suo matrimonio si dimostra incerto. È indeciso su quale delle sorelle Malfenti sposare, inizialmente pensava ad Ada, in un secondo momento ad Alberta ma alla fine sposa Augusta che è quella delle tre che gli piace meno. Per questo motivo ha un’amante, Carla, che però lo abbandona sposando il maestro di musica che egli stesso le ha presentato. Tuttavia per un matrimonio felice la scelta di Augusta si rivela perfetta in quanto rappresenta una sorta di ago della bilancia stabile della sua vita.
Nel frattempo crea con il cognato Guido, nonché il marito di Ada, un’azienda che però fallisce a causa di Guido tanto che si suicida, per sbaglio ma si suicida, a questo punto Zeno diventa un vero e proprio imprenditore e si rivela essere anche molto bravo: la sua debolezza è quindi una grandissima capacità di adattarsi. È Zeno il vero vincitore. Nel capitolo finale è come se la storia riprendesse dopo più di un anno. Si nota che i conflitti morali sono migliorati non grazie alla psicanalisi. Zeno diventa un uomo libero in quanto a causa della guerra del suo amministratore si deve trasferire in Svizzera e capisce di essere un uomo vivo, immune anche alla tragedia della guerra.
Personaggi e temi
Zeno e gli altri.
I personaggi sono molteplici e tutti i ricondotti relazione al protagonista. Il protagonista appunto è Zeno: un uomo pigro e svogliato ma cosciente di questa sua situazione. Nota uno scarto tra sé e gli altri che definisce la gente normale. Si sente spesso uno straniero (come dal greco xenos ossia straniero al quale si può riprodurre il suo nome) e questo essere così diverso rappresenta prima un problema ma poi si trasforma in un elemento di forza.
Gli altri personaggi sono il padre che diventa un modello e un antagonista, una forma genitoriale certa a confronto altre due forme pseudo-genitoriali rappresentate dal suocero e dal tutore Olivi. In psicoanalisi il padre è il primo cui il bambino si oppone per avere l’affetto della madre e con il quale resterà in competizione per tutta la vita così succede anche in questo romanzo. Un altro personaggio molto importante di questa opera è il Dottor S che rappresenta un nemico perché vuole scrutare nel profondo del protagonista e rimproverarlo per le sue colpe, anche nascoste. Terzo personaggio maschile presente nel romanzo è il cognato Guido che inizialmente è un suo rivale in amore poi addirittura diventa suo socio, ha un carattere opposto a quello di Zeno, ma non si rivela meno “malato”.
Per quanto riguarda le figure femminili, troviamo il massimo punto delle contraddizione del protagonista: sposa la donna che non gli piace, la ama ed ella rappresenta una solidità quasi materna, tuttavia la tradisce con Carla che rappresenta la parte della passione sessuale, infine troviamo Ada, la più bella che diventa il simbolo di quanto le caratteristiche esteriori siano effimere trasformandosi in una donna debole ed infelice.
Psicoanalisi, malattia e menzogna
La psicoanalisi è al centro del romanzo, infatti il libro è nato su consiglio del medico: è un susseguirsi di elementi tipici della psicologia, nonostante la quasi repulsione dell’autore, che elabora ed integra con la propria “esperienza”.
Questi elementi sono gli atti gratuiti, ossia le azioni che succedono senza una spiegazione, gli atti nascosti, ossia quelli che nascono un comportamento rimosso, e una demistificazione dei valori borghesi che sono appunto quelli che aborre maggiormente Zeno.
Altro punto focale della storia è la malattia: tutto il romanzo è una ricerca di persone sane che gli diano delle sicurezze, il padre, il suocero, la moglie egli riconosce tuttavia che la malattia è tipica di tutti gli uomini e si trova un esempio lampante in Guido. Capisce quindi che la salute può essere sinonimo di ottusità in quanto non si riesce a vedere la propria condizione di malato; è meglio imparare a conviverci. L’inettitudine da luogo a una strategia fortemente vincente.
Il punto di vista è comunque ambiguo: Zeno scrive a favore del dottore che vuole ingannare quindi tutto quello che scrive si può definire sincero?
L’unica certezza del libro è il dubbio, l’investigazione dell’io è un’impresa improbabile e rischiosa che conduce l’individuo nel vicolo cieco dell’irrazionalità tuttavia è il filo conduttore reale del romanzo. Come nella vera psicanalisi nella confessione di Svevo vengono smascherate le menzogne, individuando i motivi reconditi che spingono gli uomini a determinate azioni. Ad esempio la società con il cognato che odia è il mezzo per vederlo fallire e goderne. Nella coscienza di Zeno la compenetrazione tra verità e menzogna è funzionale alla storia: sfaccettata, disarticolata che non ricompone la vita sebbene chiarisca alcuni particolari dell’esistenza stessa.
Lo stile e le strutture narrative
L’innovazione è sicuramente un tratto caratteristico del romanzo. La prima caratteristica è il susseguirsi in maniera non cronologica degli eventi ma raccontarli legati alla coscienza del protagonista. L’intersezione tra il piano temporale della stesura e quello delle memorie sul quale narratore interviene continuamente sono costantemente messi in discussione.
Il piano della stesura, che è il presente della narrazione, copre due anni di vita e occupa i capitoli 2 e 8, quello del passato ricopre 6 anni e lo troviamo nei capitoli dal 4 al 7, nel capitolo 3 per esempio i due piani si intersecano.
Il clima nel romanzo è decisamente più leggero di quello delle storie di Nitti e Brentani e ciò è dovuto alla vena ironica di Zeno stesso: non prende nulla sul serio, si distacca dell’esistenza, esprime disillusione, scetticismo verso se stesso ed il mondo. L’ironia diventa quasi strategia retorica che permette la compresenza di significati opposti nelle espressioni. Per quanto riguarda lo stile occorre considerare che per anni Svevo è stato considerato come un autore che scrive male e in questo si rispecchia in Zeno. Non ha studiato bene l’italiano ma solo il tedesco e il dialetto triestino, le parole di Zeno sono significative in merito quando afferma che il dottore non ha studiato che medicina e non sa cosa voglia dire “per noi che parliamo e non sappiamo scrivere che il dialetto”.
Lo stile anti letterario ha una sinossi apparentemente elementare nell’articolazione ma che spesso risulta macchinoso a causa delle numerose interrogative che interrompono il ritmo del testo punto anche per quanto riguarda la lingua sia un miscuglio di termini dialettali arcaici, tecnici e ci sono anche incertezze nei tempi verbali tutto ciò non fa che accentuare quanto sia più importante il significato della forma per l’autore.