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Mai, mai, mai arrendersi (W. Churchill)

Vita

Alessandro Manzoni nacque nel 1785, in una nobile famiglia imparentata con i maggiori promotori illuministi (Cesare Beccaria, scrittore del saggio Dei delitti e delle pene e Pietro Manzoni, scrittore della rivista il caffè).

Egli trascorre tutta l’infanzia in collegi religiosi, infatti nel 1792 si trova a Merate, quando i genitori si separano. Manzoni conclude i propri studi nel 1801 a Lugano e si trasferisce a casa del Conte Manzoni. In Manzoni con il passare del tempo si formarono idee giacobine, che trovano libera espressione nel poemetto Del trionfo della libertà. La sua vocazione letteraria si fa più forte dopo la conoscenza di Foscolo, Monti e Cuoco, protagonisti dei circoli culturali di Milano. Monti in particolare è la principale guida umana e politica di Manzoni, infatti egli dedicherà a Monti l’idillio Adda, dopo questo idillio compone 4 sermoni satirici dopo essere stato spedito a Venezia dal padre nel 1803.

Nel 1805 Manzoni si trasferisce a Parigi dalla madre, lì egli eredita una parte del patrimonio di Carlo Imbonati, compagno della madre, a cui dedica il carme In morte di Carlo Imbonati. Poco dopo, nel 1807 diventa erede universale del patrimonio dei Manzoni. A Parigi, insieme alla madre si circonda da un nutrito gruppo di amici, tra cui Sophie de Grauchy e Claude Fauriel. In questo periodo, durante un breve soggiorno a Milano, Manzoni conosce la giovane Enrichetta Blondel, con cui si sposterà nel 1808 e grazie alla quale si avvicinerà alla fede cattolica, dopo la sua introduzione da parte dell’abate Eustachio Degola. Per questo motivo nel 1810 il matrimonio viene rielaborato secondo il rito cattolico.

Pian piano Manzoni si accosta alla fede e rilegge le sacre scritture, influenzato dalla corrente del giansenismo. Il suo avvicinamento alla fede è valorizzato da una grande crisi nervosa che lo porterà a rifugiarsi nella chiesa di San Rocco dal ritorno a Milano nel 1813. Su consiglio del padre spirituale di famiglia, Luigi Tosi, Manzoni rinnega la produzione giovanile, per dedicarsi alla materia religiosa, iniziando a scrivere gli inni sacri.

Nel frattempo, alla caduta di Napoleone, Manzoni supporta l’autonomia del Regno d’Itali, affiancando moti e atti fallimentari, per questo motivo al ritorno degli austriaci si accentuerà il suo carattere appartato. A partire dal 1816 incomincia il periodo più creativo manzoniano. Egli compone Il conte di Carmagnola tra il 1816 e il 1819. In contemporanea non potendo fare ritorno a Parigi vive un periodo di profonda crisi, così nel 1818 e il 1819 compone: La Pentecoste e Osservazioni sulla morale cattolica. Finalmente nel 1819, Manzoni riesce a partire per la Francia e qui scriverà la Lettre à Monsier Chauvet, in cui esprime le proprie idee sul genere tragico. Dopo aver fatto ritorno a Milano, Manzoni scriverà diverse opere come: l’Adelchi, l’ode Marzo 1821, l’ode Il cinque Maggio e la prima stesura dei Promessi Sposi.

Negli anni successivi si dedica con passione e costanza ai Promessi Sposi fino a quando nel 1827 il romanzo viene stampato per la prima volta. Nel settembre dello stesso anno, Manzoni fa la conoscenza dei letterati Pietro Giordani e Giacomo Leopardi, e dopo queste conoscenze in Manzoni si rafforza la convinzione che ai Promessi Sposi serva una corposa revisione linguistica. Però a partire dal 1827 sembra che la produzione letteraria di Manzoni si inaridisca, nel frattempo vengono a mancare la moglie e la primogenita. Per questo motivo, preso dallo sconforto abbozza l’inno Il Natale del 1833.

Nel 1837 sposa Teresa Barri e si dedica alla riscrittura dei Promessi Sposi, orientato la lingua sul fiorentino parlato, in accordo con le sue idee presentate nel trattato Della lingua italiana. La nuova edizione del romanzo viene pubblicata tra il 1840 e il 1842, a seguito del romanzo storico Storia della colonna infame, ma questa nuova edizione si rivela un fiasco.

Nel 1848, durante le 5 giornate di Milano, Manzoni si schiera a favore del popolo che insorge, auspicando la nascita del Regno d’Italia, come ava fatto nell’ode Marzo 1821. Fino all’autunno 1850, Manzoni resterà in territorio piemontese, dopo il ritorno degli austriaci. Lì farà la conoscenza di diverse figure di spicco, come Cavour e Rosmini. Durante questi anni Manzoni si dedica a riflessioni e studi morali, storici e linguistici. Dopo la proclamazione del Regno d’Italia egli riceve una cospicua pensione e la nomina di Senatore grazie alle sue ideologie filopiemontesi. Manzoni vota per Firenze capitale in attesa della presa di Roma e del conseguente spostamento della capitale. Anche dopo la breccia di Porta Pia le sue idee contro il potere temporale del papa non mutano. Nel 1862, Garibaldi fa visita a Manzoni per omaggiarlo come uomo che tanto onora l’Italia.

Manzoni dedica gli ultimi anni della sua vita alla questione della lingua italiana il suo eterno lavoro. Difatti, nel 1868, Manzoni si incarica di diffondere una relazione intorno all’unità della lingua e ai mezzi per diffonderla. Manzoni morirà il 22 Maggio 1873 a seguito delle conseguenze di una caduta. Nel 1874, in suo onore, Verdi dirige alla scala la messa di Requiem.

Le opere

Possiamo suddividere le opere di Manzoni in diverse categorie:

  • Opere giovanili;
  • Poesia religiosa;
  • Tragedie;
  • Odi civili;
  • I Promessi Sposi;
  • Saggi storici, letterari e filosofici;
  • Scritti sulla questione della lingua;
  • Epistolario.

Le opere giovanili

Durante il periodo giovanile, Manzoni si dedica alla poesia è presente idee fortemente neoclassiche. L’autore esordisce con le terzine Del trionfo della libertà con cui si schiera a favore della Rivoluzione francese contro il papato. Per l’ode amorosa Qual sulle cinzie cime e per l’idillio in endecasillabi sciolti Adda, Manzoni fa uso di riferimenti mitologici, di un linguaggio aulico e di una sofisticata retorica ispirandosi a Monti. Mentre nei 4 Sermoni che scrive, trae ispirazione dalle satire di Parini.

  • In morte di Carlo Imbonati
    Questo è un carme scritto in endecasillabi sciolti tra 1805 e il 1806, in cui Manzoni immagina di dialogare con il defunto conte. Manzoni è influenzato dalla morale di Parini, estraneo alla corruzione dilagante di Milano.
  • Urania
    Poemetto del 1809, ultima opera del periodo neoclassico, in cui Manzoni esalta l’azione civilizzatrice della poesia.

La poesia religiosa

Dopo il suo avvicinamento alla fede giansenista, Manzoni scrive opere di matrice cattolica, abbandonando il corredo mitologico del neoclassicismo e la solitudine del romanticismo, per unirsi alla comunità cristiana.

  • Inni sacri
    Manzoni è autore di 12 inni sacri. I primi 4 composti tra il 1912 e il 1815, tenendo ad essere popolari sul piano stilistico e tematico (La Resurrezione, Il nome di Maria, Il Natale e La passione), questa materia si rifà a fonti bibliche. Inoltre, Manzoni pone al centro dei componimenti i fedeli della dottrina. Ai primi inni Manzoni aggiunge La Pentecoste (1817 – 1822), i frammenti del Natale (1833) e Ognissanti (1847).

Le tragedie

A partire dalla seconda metà degli anni ’10, Manzoni si dedica al genere della tragedia, scrivendo tragedie di 5 atti in versi, abbandonando le unità aristoteliche di tempo e luogo, abbracciando il modello Shakespeariano. Inoltre, riprende l’istituto del coro a cui assegna il compito di mostrare le considerazioni del narratore. Manzoni con le sue tragedie non mira al trasporto emotivo, ma allo sviluppo di una coscienza critica.

  • Il conte di Carmagnola
    Questa è una tragedia pubblicata nel 1820 e rappresentata nel 1828. Questa tratta la storia del capitano di ventura Francesco Bussone, che dopo aver cambiato fazione viene condannato a morte dai propri compagni per la troppa clemenza mostrata in battaglia. Ecco un esempio di come il male trionfi sempre nel corso della storia.
  • L’Adelchi (1820 – 1822)
    Questa è la sintesi perfetta tra tragedia teatrale e impegno politico, in quanto il parallelismo tra vero storico e vero poetico si incontrano e, attraverso l’espediente del crollo del dominio longobardo, Manzoni narra della situazione politica italiana al suo tempo. Lo sguardo rivolto ai vinti e il pessimismo cristiano manzoniano sono molto evidenti in questa tragedia. La storia narrata è quella di Adelchi, erede al trono longobardo che, pur non essendo fautore della guerra (come re Carlo e re Desiderio), si batte fino alla morte. Riesce a mantenere una certa levatura morale, chiedendo a Carlo clemenza per il padre, e rappresentata la lotta tra la legge morale e la politica. Adelchi è l’emblema dello scontro tra “ideale e reale” e questi fa di lui un eroe romantico al 100% e la sua venatura, definita provvida, gli garantisce salvezza eterna.

Le odi civili

Per quanto riguarda la politica azioni sarà autore di diverse odi civili. La posizione manzoniana in merito alla situazione storico – politica non è sempre la stessa, poiché dopo la sua conversazione religiosa e le teorie romantiche inizia a concepire la storia come il terreno in cui la provvidenza agisce.

  • Marzo 1821
    Si ispira ai moti carbonari e, convinto della vittoria, inneggia all’indipendenza dall’Austria.
  • Il 5 Maggio
    La dipartita napoleonica ispira invece la nota “Il 5 Maggio”. La composizione è stata scritta alla notizia della morte di Napoleone, e riassume l’intera impresa napoleonica. Ancora una volta non si parla delle vittorie, ma dei vinti l’eroe è colto nel momento della sconfitta, dopo l’esilio, quando conosce anch’egli la miseria della condizione umana. La poesia offre anche spunto per una riflessione sullo scarso valore della gloria umana.

I saggi storici, letterari e filosofici

Manzoni è autore anche di opere in prosa, saggi storici, filosofici e letterari.

  • Osservazioni sulla morale cattolica
    Questa è un’opera in prosa rimasta incompiuta, nella quale Manzoni pur contestando le tesi calviniste, afferma che la morale cattolica è superiore a quella laica e che i propositi di uguaglianza illuministi discendano direttamente dai vangeli.
  • Discorso sopra alcuni punti della storia longobardica in Italia
    In quest’opera si evidenzia la mancata coesione tra longobardi e italici e, con la sua visione romantica della storia, la vede come frutto della sofferenza degli umili e non della gesta degli eroi.
  • Storia della colonna infame
    Quest’opera viene pubblicata come appendice a “I Promessi Sposi”, raccontata le accuse fatte a due presunti untori, che hanno portato e diffuso la peste.
  • Del romanzo storico (1828)
    Opera, pubblicata solo nel 1850, rappresenta una palinodia, cioè una ritrattazione delle proprie scelte artistiche.
  • Dall’invenzione (1850)
    Questo è un saggio filosofico in cui Manzoni afferma che inventare significa trovare, come da etimologia latina. Quindi l’artista non crea dal nulla, ma dà forma a ciò che trova nella mente di Dio.
  • La rivoluzione francese del 1789 e La rivoluzione italiana del 1859
    Questo è un saggio comparativo, ma incompiuto in cui l’autore ragione sugli effetti disastranti della rivoluzione francese.

Gli scritti sulla questione della lingua

Manzoni affronta la questione della lingua in tre opere differenti. Questo problema sembra assillare molto Manzoni, anche perché ci troviamo in un’Italia poco coesa. Queste opere sono:

  • Della lingua italiana, pubblicata alla fine degli anni 50, in cui parla dell’origine della lingua italiana;
  • Relazione intorno all’unità della lingua e mezzi per diffonderla, quest’opera fu inviata nel 1868 al ministero della pubblica istruzione;
  • Sentir messa, opera, risalente al 1836 circa, in cui viene fatta una critica all’espressione sentir messa, che appunto fa pensare all’importanza di una lingua scritta piuttosto che vicina a quella parlata.

L’epistolario

Un altro messo con cui Manzoni scrive sono le epistole. A noi ne sono giunte oltre milleottocento nelle quali emerge l’anima inquieta di un uomo che sa essere anche ironico e cortese. Ovviamente le epistole sono anche un veicolo politico. Tra le più note ricordiamo: la Lettre a Monsieur Chauvet per rispondere per rispondere a una recensione sul Conte di Carmagnola; la Lettera sul Romanticismo nella quale Manzoni attacca l’imitazione dei classici promuovendo la radice cristiana del cristianesimo; la Lettera sulla lingua italiana nella quale esprima la sua preferenza sul fiorentino colto.

La questione della lingua

Il primo a prendere posizione sul problema della lingua da utilizzare in Italia fu Antonio Cesari, il quale affermò che il modello da prendere in considerazione era il toscano trecentesco. Alla sua idea si affiancarono i classicisti, mentre altri autori, come Monti e Giordani, modulano la posizione di Cesari auspicando ad un progressivo arricchimento lessicale. In realtà Monti, insieme a Perticari, evidenzia come la scelta di Cesari sia troppo antiquata, dato che limiterebbero il vocabolario alle sole voci toscane del ‘300. Infatti Monti nelle sue opere non mancherà a ironizzare sul chiuso municipalismo di Cesari.

I romantici, invece, presentavano posizioni ben diverse, poiché riscontravano il bisogno di una lingua nazionale, infatti insistono sul bisogno di uno strumento s’uso quotidiano, accettato da tutto il popolo. Il discorso dei romantici era molto importante per i patrioti, che avevano difficoltà a comunicare per l’assenza di una lingua comune. Alessandro Manzoni fu il più importante interprete delle riflessioni romantiche sulla lingua e propone la soluzione di diffondere il fiorentino dell’uso vivo e attuale, dopo diverse ricerche fatte. Per diffondere l’uso del fiorentino ipotizza persino di arruolare maestre fiorentine in tutte le scuole della penisola. Manzoni nella lettera Sulla lingua italiana arriva ad alcune conclusioni che si possono sintetizzare in 5 punti:

  • la lingua deve essere uno strumento sociale e non solo letterario;
  • i dialetti italiani non possono essere usati come lingua nazionale;
  • la lingua deve poter esprimere tutte le necessità della vita quotidiana;
  • deve essere utilizzata una lingua già esistente se gli italiani desiderano un idioma comune che abbia le caratteristiche d’uso comune;
  • solo il fiorentino ha queste caratteristiche, poiché tutti usano il fiorentino per farsi comprendere da un maggior numero di persone.

L’idea manzoniana era in accordo con le idee illuministiche che privilegiano la lingua d’uso, una lingua viva, piuttosto che una lingua letteraria. Tuttavia, anche superando ogni altra proposta fatta, Graziadio Isaia Ascoli afferma che questo a questo principio le masse popolari non possono adeguarsi, la formula manzoniana è limitata e per così dire “calata dall’alto”. Infatti, sarà possibile parlare di un’unificazione linguistica solo 100 anni dopo quella politica.

I Promessi Sposi

Cosa rappresentano?

I promessi sposi rappresentano l’atto di fondazione del romanzo moderno, grazie al piano stilistico e tematico adottato dall’autore. Ad esempio, troviamo la scelta innovativa di porre come protagonisti due umili paesani e non principi o cavalieri.

La spinta realistica presente nel romanzo porta Manzoni ad allontanarsi dal pessimismo delle tragedie. Tuttavia, restano presenti violenze e ingiustizie, infatti i più deboli si trovano alla mercé dei più potenti, i prepotenti. Per questo motivo i promessi sposi rappresentano la scelta di reagire all’oppressione senza violenza.

Genesi e composizione

Manzoni viene aspramente criticato per la scelta di scrivere un romanzo, considerato all’epoca come un genere adatto solo all’intrattenimento. Fa questa scelta per cercare di coinvolgere un pubblico più vasto e desideroso di vedere rappresentate scene di vita vicine alle loro esperienze. Tuttavia, Manzoni con il romanzo cerca di rendere l’interessante “utile”, infatti scrive l’opera con un fine pedagogico, cioè quello di insegnare il rispetto per tutto ciò che è pio, umano, nobile e giusto. In questo contesto diventa importante l’aggancio al vero è per questo motivo che l’autore sceglie di ambientare tutta la vicenda nel ‘600, usando come fonti: documenti, saggi e opere storiche. Manzoni sceglie il ‘600 perché crede che l’oppressione asburgica del periodo possa rappresentare al meglio il periodo in cui viveva e viene rappresentato come un periodo di estrema decadenza. Si trova costretto a scegliere un altro contesto storico a causa della repressione e censura austriaca.

Manzoni inizia a lavorare al suo romanzo nel 1821 e nel 1823 avrà già scritto trentasette capitoli, dopo un lungo periodo di lavoro alternato a periodi di pausa. La storia vede come protagonisti i 2 promessi sposi (Fermo Spolino e Lucia Zarella), colpiti dalla prepotenza di un potente signorotto e da una società lacerata da conflitti, carestie, rivolte e dalla peste. A questo flagello Manzoni dedica l’appendice Storia della colonna infame, in cui è raccontato il processo di 2 presunti untori e di come in ricordo della loro infamia sia stata costruita una colonna, abbattuta dopo aver dimostrato l’innocenza dei due uomini condannati a morte il secolo precedente. Dopo aver completato il romanzo, nel 1824 Manzoni decide di non pubblicarlo e riscriverlo:

  • riducendo o sopprimendo gli episodi più scabrosi;
  • introducendo paesaggi nuovi e approfondisce i personaggi esistenti;
  • il nome di Fermo viene modificato in Renzo;
  • muta i profili di alcuni personaggi;
  • lavora sulla voce narrante rendendola meno seriosa e dandole un tocco di ironia;
  • rimuove l’appendice dal titolo Storia della colonna infame.

Dopo queste modifiche il romanzo di Manzoni viene pubblicato nel 1840, in tre tomi, con il titolo Storia milanese del secolo XVII scoperta e rifatta da Alessandro Manzoni. Riscuote immediatamente successo, infatti le stampe vengono esaurite quasi istantaneamente, ma Manzoni crede sia necessaria una risciacquatura in Arno, cioè una revisione linguistica. Anche se gli intellettuali più tradizionalisti e il mondo cattolico criticano alcune scelte del Manzoni. Così tra il 1840 -1842 si arriva alla cosiddetta “quarantana” dopo un’attenta revisione linguistica, orientata versoi il fiorentino colto. La quarantana inizialmente si rivela un grosso insuccesso, solo in secondo momento con l’inizio della scuola l’opera viene rivalutata. Inoltre, arricchisce nuovamente il romanzo con la Storia della colonna infame l’appendice di completamento e conclusiva. Esprimendo in essa un orrore etico e religioso per l’ignoranza.

Stile e tecniche narrative

All’interno dei Promessi Sposi è come se fosse possibile trovare due narratori, uno è l’autore del manoscritto e l’altro è Manzoni, che funge da mediatore tra l’anonimo autore e il lettore. Manzoni è un narratore onnisciente che, oltre a conoscere il cuore dei personaggi, interviene a giudicarne l’operato e si distacca dalla voce dell’anonimo autore, per il tono ironico, sereno e comprensivo che usa quest’ultimo. L’ironia presente nel romanzo, che si trasforma in sarcasmo, tende a spingere i malvagi e i prepotenti alle loro responsabilità. Questo narratore onnisciente interviene spesso all’interno del romanzo prendendo la voce di diversi personaggi, come nell’angosciato cammino di Renzo verso l’Adda. Tuttavia, Manzoni esclude dal romanzo tutti i punti di vista dei malvagi, l’unico momento in cui questo non avviene è quando Don Rodrigo ammalato di peste scopre di essere stato tradito.

La lingua

Non esistendo alcun modello di riferimento di lingua, Manzoni si trova difronte al problema più grande del suo romanzo, la questione della lingua. La soluzione non arriva subito, infatti nella ventisettana, l’autore esprime la sua profonda insoddisfazione. Allora nel riscrivere la sua opera, cerca appigli solidi nel toscano, cercando di collimare le convergenze tra italiano e dialetto, ottenendo una lingua artificiale, lontana dalla lingua viva parlata. Dopo l’uscita della ventisettana e un breve soggiorno a Firenze, si convince ad usare una lingua effettivamente parlata. Difatti nella quarantana: elimina i lombardismi, riduce le forme auliche, aumenta le interazioni e fenomeni tipici dell’oralità. Cercando così di dare più vivacità al romanzo.

La struttura

Manzoni nell’introduzione dei Promessi Sposi racconta di aver riscritto e tradotto un manoscritto anonimo che narra di una bella storia avvenuta realmente. Con l’espediente del manoscritto, Manzoni dà senso alla scelta del secolo di ambientazione e può chiamare in causa l’anonimo cercando di dare un carattere reale alle vicende narrate e di dare ironia.

La storia piò essere suddivisa in quattro blocchi narrativi:

  • Il primo blocco narrativo (cap. 1 – 8)

Narra principalmente del sopruso vissuto dai promessi sposi e di come dopo svariati tentativi per riuscire a sposarsi non riescono ugualmente e per di più i giovani sono costretti a fuggire dalla terra natia, in attesa che si calmino le acque. Così Lucia si rifugia in un convento sotto la protezione della Monaca di Monza.

  • Significativa digressione in cui viene narrata la monacazione forzata di suor Gertrude. (cap. 9 – 10, intermezzo)
  • Il secondo blocco narrativo (cap. 11 – 17)

Il protagonista i questo blocco è il giovane Renzo che dopo aver raggiunto Milano viene arrestato per aver protestato per il rincaro del pane. Una volta riuscito a fuggire, raggiunge il cugino e riprende a lavorare in filatoio, in un territorio veneziano.

  • Il terzo blocco narrativo (cap. 18 – 27)

Qui vediamo uscire di scena Fra Cristoforo e l’entrata in scena dell’Innominato che in accordo con Don Rodrigo rapisce Lucia, ma dopo un dialogo con quest’ultima egli vive una crisi di coscienza e ha una conversione totale dopo il suo dialogo con il cardinale Borromeo. Decide così di liberare Lucia, che prima è indirizzata da un sarto e poi da una ricca donna. Nel frattempo il cardinale ha un acceso confronto con Don Abbondio che non ha sposato i due ragazzi. Tuttavia, ora si frappone un nuovo ostacolo tra i due ragazzi, il voto di castità che Lucia pronuncia e fa. Renzo informato di tale voto non riesce a mettersi il cuore in pace.

  • Il quarto blocco narrativo (cap. 28 – 38)

In questo blocco è fortemente presente il tema della morte e del dilagare della peste. Vengono infettati anche Renzo e Don Rodrigo, ma Renzo riuscirà a guarire e si metterà in cerca di Lucia. Prima raggiunge il suo paese, ma trovando solo morte e distruzione, si reca a Milano dove incontra Fra Cristoforo che assisteva gli ammalati, tra cui Don Rodrigo, che Renzo perdona, e Lucia in via di guarigione. Fra Cristoforo, prima di contrarre il morbo, scioglie il voto di castità di Lucia e la scena è accompagnata da una pioggia purificatrice. Rientrati in paese, finalmente i giovani amanti riescono a sposarsi e si trasferiscono nella Bergamasca, dove gli affari prosperano.

Manzoni alla definizione degli spazi fa corrispondere una precisazione temporale, ad esempio era il 7 novembre 1628 quando i bravi fermano Don Abbondio. Le vicende del romanzo occupano circa due ani, ma secondo un andamento irregolare. Inoltre, escluse le molteplici digressioni fino al cap. 24, il ritmo rimane serrato, che rallenta sino al cap. 36, che conduce all’epilogo.

I temi

Nei Promessi Sposi il tema del male è presente sotto diversi aspetti: ingiustizia sociale (i prepotenti); violenza fisica (le guerre); violenza psicologia (la monacazione forzata di Gertrude); la peste (un male imperscrutabile, non riconducibile agli esseri umani).

Altro tema fortemente presente nel romanzo è quello della divina provvidenza, usata spesso dai personaggi del romanzo per spiegare e giustificare quanto capita, visione che non appartiene a Manzoni perché egli non vuole banalizzare la volontà divina. Per questo motivo, secondo lui Dio colpisce anche gli innocenti, in modi e tempi incomprensibili, per cui diventa importante abbandonarsi alla grazia. Il male colpisce anche gli innocenti, ma credere in Dio addolcisce tutto ed è questo il punto focale del romanzo, che non si chiude con un gran lieto fine, perché i due amanti hanno dovuto vivere l’esperienza dell’ingiustizia. Inoltre, la giovane coppia è costretta a trasferirsi dal territorio natio a causa delle aspre condizioni che lo caratterizzavano.

Per comprendere l’ideologia cattolica presente nel romanzo è necessario prendere in considerazione i personaggi positivi della chiesa. In particolare Fra Cristoforo e la sua storia che si basa non solo sulla redenzione, ma anche sul perdono. La crescita di Renzo è dovuta proprio alla figura di Fra Cristoforo, che possiamo vedere nel perdono concesso a Don Rodrigo. Dall’ultimo discorso e insegnamento del frate comprendiamo come Manoni torni all’ideale di provvida svenatura, cioè che solo la fede è in grado di conferire un senso all’infinito dolore che accompagna l’esistenza terrena.

Nei Promessi Sposi, ad eccezione del cardinale Borromeo, i potenti sono sempre sordi alle ragioni della giustizia. In particolare, lo vediamo con tutte le peripezie vissute da Renza, dominate tutte dall’ingiustizia. Manzoni critica aspramente gli abusi della classa nobiliare e fa un attacco frontale al sistema giudiziario del XVII sec.

Nonostante l’oppressione del regime austriaco, Manzoni riesce a mostrare le proprie idee liberali e la sfiducia nel sistema feudale, ancora presente ai suoi tempi. Infatti, Manzoni comprende i principi della borghesia nascente e si schiera a favore dell’economia di scambio e al libero mercato. Tuttavia, per lui non è possibile arrivare alla tanto attesa e agognata libertà e giustizia con le rivoluzioni, ma è necessario lasciarsi guidare dalla chiesa e lavorare con paziente operosità. Nel romanzo Manzoni evita la rappresentazione del desiderio sessuale, perché crede che al mondo esistano amori più forti di quello riservato alla riproduzione. Inoltre, teme di poter turbare il potenziale pubblico di lettori. Manzoni non vuole che il pubblico si appassioni al romanzo, ma vuole che eserciti il proprio pensiero critico in modo da trarre un insegnamento dal romanzo.

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