Vita
L’ambiente familiare e la formazione.
Nel 1798 a Recanati, piccolo borgo dello Stato Pontificio, nasce, dal Conte Monaldo e Adelaide Antici, Giacomo Leopardi. La madre è bigotta e austera, il padre severo ma affettuoso, tuttavia la sua infanzia fu comunque abbastanza felice grazie ai giochi con i fratelli Carlo e Paolina.
Maggiore di undici fratelli di cui solo alcuni sopravvissero, Giacomo mostra sin da subito una forte propensione per la letteratura.
Il padre aveva dilapidato gran parte del patrimonio per la creazione di una biblioteca fornitissima che aiuta Leopardi nella sua formazione, in quanto i suoi precettori ecclesiastici non riuscivano a impartirgli insegnamenti adeguati. Gli anni di formazione sono definiti dallo stesso autore come “studio matto e disperatissimo”, siamo tra il 1808 e 1815, anni nei quali impara greco ed ebraico e ai quali risalgono i primi componimenti scritti in versi sia in latino che in volgare.
Le conversioni e l’infelicità del giovane poeta.
Occorre aspettare il 1819 per avere le vere composizioni originali del poeta. Gli Idilli nascono dopo la conversione letteraria che lo vede distaccarsi dalle idee conservatrici del padre. L’amicizia epistolare con Pietro Giordani e la lettura dei contemporanei lo spingono a entrane nella sua fase creativa. Sono anni delicati, la salute inizia a essere cagionevole e sente la necessita di scappare da Recanati, invano perché il padre gli prende il passaporto fatto di nascosto. È annoiato dal mondo che lo circonda, ammalato, arrabbiato e inizia pertanto a distaccarsi anche dalla religione inculcatagli dalla madre e avviene la “conversione filosofica” che lo porta a una profonda avversione verso ogni dogma religioso.
In cerca della libertà.
Gli anni tra il 1822 e il 1829 sono quelli dei viaggi. Prima a Roma per un soggiorno dallo zio materno che però dura soltanto cinque mesi, nel quali Leopardi, sconfortato dalla differenza tra aspettative e realtà, si chiude in una profonda amarezza e definisce quanto infinita sia la sua solitudine.
Nel 1825 va a Milano ma è troppo malato per lavorare, in seguito si guadagna da vivere dando ripetizioni a Bologna, per poi passare da Firenze, nella quale conosce Manzoni fino ad approdare a Pisa.
Gli ultimi anni.
A causa delle gravi condizioni di salute Leopardi è costretto a tornare a Recanati nel 1828 ma nel frattempo ha composto i canti pisano-recanatesi, noti come “Grandi Idilli”. L’addio alla sua città natale lo dà definitivamente nel 1830 quando, invitato da alcuni amici, torna a Firenze. È lì, nella culla della cultura, che il suo interesse per la vita rinasce. Frequenta salotti, conosce molte dame tra le quali si ricorda Fanny Torgioni Tozzetti la quale gli ispira sentimenti profondi che lo sconvolgono. Tuttavia l’amore non ricambiato lo porta ad abbandonare Firenze a favore di Roma.
Lì incontra Antonio Ranieri, un esule napoletano con il quale di trasferisce nella capitale Campana nel 1832. È a Napoli che, dopo essere scampato a un’epidemia di colera, muore a causa di un malore. Il corpo riesce a essere salvato dalla fossa comune e seppellito nella chiesetta di San Vitale.
È il 1939 quando viene trasferito nel Parco di Piedigrotta, nella Margellina accanto a Virgilio.
Le opere
Lettere e scritti memorialistici e autobiografici
Memorie (o Diario del primo amore).
La tendenza all’autobiografismo permea tutta l’opera leopardiana e già da questo primo lavoro si può notare. Il diario è ispirato all’amore e all’ingenua passione dell’autore per la cugina Gertrude Cassi Lazzari. Composto alla fine del 1817.
Ricordi d’infanzia e di adolescenza e Storia di un’anima.
Sia il primo che il secondo titolo indicano opere incompiute di stampo autobiografico, la seconda ispirata alla biografia di Alfieri, non va oltre il proemio e l’incipit del primo capitolo. Composte tra il 1819 e il 1825.
Zibaldone di pensieri.
La parola zibaldone, che è un alterato di zabaione indica, così come la ricetta culinaria, un insieme variegato di parti. L’opera è quasi l’officina intellettuale dell’autore e racchiude pensieri critici letterari, filologici, politici, note di grammatica e sono lo specchio, nella loro frammentazione della natura aperta quanto problematica del suo pensiero. Le annotazioni (4526 facciate, pubblicate postume da una commissione presieduta da Carducci) sono state scritte tra il 1817 e il 1832.
Pensieri.
111 brevi prose, scritte negli ultimi anni di vita e incentrate su temi filosofici e politici.
Epistolario.
Forse l’opera nella quale riusciamo realmente a conoscere e ricostruire la vita interiore di Leopardi a 360°. Si tratta di 900 lettere scritte a familiari e intellettuali dell’epoca come Giordani, Monti e Vieusseux.
Saggi e Discorsi
Tendenzialmente si vede Leopardi come estraneo alle vicende politiche e culturali del tempo, tuttavia i discorsi da lui scritti indicano invece una volontà di intervenire concretamente nei vari dibattiti.
Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica.
Uscito postumo nel 1906, il discorso è una sorta di prolungamento della “Lettera ai sigg. compilatori della Biblioteca Italiana nella quale, invitava gli intellettuali romantici al ritorno al classicismo.
Discorso sopra lo stato presente nei costumi italiani.
Anche questo pubblicato postumo nel 1906, il discorso è una critica spietata alla situazione culturale italiana. Leopardi considera gli italiani un popolo senza morale, ipocrita, cinico, indifferente e senza passioni civili. La cultura italiana è in decadimento.
Crestomazia italiana alla prosa e Crestomazia italiana poetica.
La parola crestomazia deriva dal greco e significa antologia. Queste due antologie sono state pubblicate dell’editore Stella nel 1827 e 1828 e rappresentano l’opera di Leopardi come critico e come lettore. Le opere antologizzate sono soprattutto settecentesche.
La produzione poetica
Nonostante l’opera maggiormente nota sia i Canti, Leopardi scrisse diversi testi poetici pubblicati da Antonio Ranieri nel 1845.
Paralipomeni della Batracomiomachia.
Simbolo dell’inventiva dell’autore, quest’opera è una corte di continuazione della Batracomiomachia (Battaglia dei topi e delle rane) greca scritta da un autore ignoto. La compone a Napoli e il titolo significa letteralmente “Cose omesse o tralasciate della Battaglia dei topi e delle rane”. È un poemetto in ottave, che rinnova la tradizione eroicomica italiana. Racconta come in una parodia una guerra tra granchi, alleati delle rane, e topi in un parallelismo sottile tra gli austriaci alleati del papa e i liberali napoletani non risparmiando critiche a nessuno.
I nuovi credenti.
Distaccatosi dalla religione, scrive questa satina in terzine dantesche nella quale critica gli intellettuali napoletani che inneggiando a Dio e alla felicità dell’uomo di dedicano alle cose materiali (troppo impegnati a mangiare maccheroni, ostriche e triglie cit.) per comprendere l’esistenza.
Operette morali
Uscita con solo 20 prose nel 1827 dall’editore Stella, l’opera vede un primo rimaneggiamento e una seconda pubblicazione del 1834, ma negli anni successivi si passa a 24 prose e l’opera definitiva è pubblicata postuma da Ranieri nel 1845 come primo volume delle Opere complete.
Sotto forma di dialoghi, le operette sono state composte in un periodo in cui Leopardi trova una risposta all’infelicità dell’uomo, trova la radice assoluta del male: la ragione.
I temi principali delle operette sono tutti incentrati sul pessimismo materialistico. L’autore racconta di come la vita abbia svelato all’autore delle assolute verità: la vanità, l’ingenuità dell’uomo, ignorato dalla natura, che pensa di essere al centro dell’universo, la morte come cessazione della sofferenza. Tutte tematiche molto forti raccontate talvolta in tono satirico e distaccato. La caratteristica dell’opera è la fenomenologia dell’infelicità, ovvero il racconto, i cui protagonisti sono l’io del poeta e la sua visione della vita, delle vicende che provano la durezza e lo strazio della condizione umana.
Il linguaggio è quasi arcaico, la sintassi complessa ma ravvivata grazie alla presenza di vivide immagini e alla novità di ciò che viene raccontato. Ed è proprio grazie alla bravura della penna leopardiana, capace di passare da dialoghi vivaci a passaggi appassionati, da battute argute e ironiche ad aforismi impassibili, che la si crea un’interessante mescolanza di stili.
I grandi temi
Tra classicismo e romanticismo: una poetica originale.
Sebbene non sia stato pubblicato il “Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica” rappresenta la più grande e migliore presa di posizione leopardiana in merito alla disputa tra classicismo e romanticismo. Nato a cavallo tra due secoli, nel pieno della trasformazione politica e culturale che accompagna gli anni della sua formazione, Leopardi, nonostante la timidezza, prende fermamente posizione in questa disputa e si schiera a favore del classicismo affermando che, dato l’inaridimento causato dall’evoluzione, solo i classici sanno stimolare la fantasia e cogliere i veri stati d’animo dell’io.
Basandosi sul classico legame con la natura conferma il rapporto tra poesia e mondo dei sensi.
Nello “Zibaldone” Leopardi afferma proprio come la poesia sappia stimolare sensazioni, impressioni che portano all’aspirazione del piacere. Le immagini che aiutano queste sensazioni restano comunque vaghe, danno impressione di lontananza e richiamano sensazioni ma non le specificano (ecco la poetica dell’indefinito) e sfruttano la rimembranza, tema carissimo all’autore, grazie alla quale si evocano ricordi sfumati del passato.
Questo è il maggior punto di differenza tra la poetica classica e quella romantica, in quanto quest’ultima deve basarsi sul vero e sull’oggi. Inoltre, soprattutto la letteratura europea aveva la tendenza a infarcire i testi con il gusto dell’orrido, cosa che Leopardi aborre; così come detesta la lettura infarcita di sospiri e drammi. Secondo l’autore la vera poesia classica esprime gli impulsi più veri dell’anima poetica. Ecco perché il suo è un classicismo colorato di romantico: si distacca dal razionalismo e dalla passiva imitazione dei classici che aveva caratterizzato la corrente precedente e riporta alla vita il sentimentalismo dei classici, senza gli eccessi della poetica romantica.
All’origine dell’infelicità
Per molto tempo, semplificando in maniera errata la poetica dell’autore, si è cercato di ricondurre a tre semplici domande la radice del suo pensiero. Ci si chiedeva della relazione tra Leopardi e l’ambiente familiare, in quale modo questo aveva influito sul suo pensiero e i nessi tra la sofferenza fisica e la sua visione dell’individuo.
Come Leopardi ha strenuamente affermato fino alla morte, cercare una correlazione diretta e direttamente negativa tra la malattia è il pensiero è quanto di più errato e lontano dalla realtà ci possa essere. La sofferenza fisica ha fatto da sprone alla sua ricerca delle emozioni umane, ha aiutato a creare il legame reale, seppur conflittuale, con la natura e non è assolutamente la causa di quello che viene definito come pessimismo. Il “pessimismo” leopardiano è dovuto alla consapevolezza della condizione umana in generale, non solo alla sua sofferenza fisica.
Per rispondere alle prime due domande, l’ambiente familiare e recanatese e il rapporto con i genitori hanno sicuramente contribuito, ma non sono stati gli unici spunti per la poetica dell’autore. L’austerità della madre bigotta e arida, il legame conflittuale col padre, che rappresentava porto sicuro e luogo di opposizione letteraria e non e, infine, il “natio borgo selvaggio” sono il seno in cui è nato il carattere autobiografico di Leopardi, ma non sono l’unica via percorsa.
La militanza civile.
Immediatamente smentito dalla partecipazione ai dibattiti culturali della sua epoca è l’isolamento che tutti sembrano attribuire a Leopardi. Sebbene non abbia mai aderito a nessun partito letterario, a nessun circolo e rappresenti un esempio eccentrico di letterato del suo ceto, tutto negli scritti e nell’impegno leopardiano nei confronti della letteratura indicano una passione etica e civile ardente e sincera.
Leopardi rimane, e lo capiamo chiaramente dallo “Zibaldone”, legato a un’idea della letteratura come maestra di civiltà che permette al letterato di distinguersi dal conformismo della propria epoca.
Il suo distacco dai circoli e “partiti” è spesso espresso in tono sarcastico, in particolare lo notiamo nel “Paralipomeni della Batracomiomachia” nel quale demolisce il progresso tanto amato dai letterati fiorentini e lo spiritualismo cattolico che caratterizza i napoletani. Leopardi è nemico dei perbenisti e condanna la tendenza illuministica di vedere un futuro di felicità per tutti basato solo sulla fiducia nell’intelletto umano.
Lo sviluppo del pensiero leopardiano.
Se risulta complesso, per non dire errato, classificare qualunque autore in categorie ben definite, per Leopardi l’impresa è ardua. Per anni la sua produzione è stata schematizzata nei canoni del pessimismo (parola che appare solo nello Zibaldone e soltanto una volta) perché sfata il mito della natura benevola e arriva tramite un tragitto intellettuale doloroso e lento al “vero”.
Il suo è un percorso conoscitivo aperto che lascia spazio e tesi e confutazioni in un continuo divenire di idee.
Il mito della natura benefica: il “pessimismo storico”
Questa prima fase del percorso conoscitivo di Leopardi è così definita perché l’autore trova un’origine storica all’infelicità umana: il progresso è la ragione hanno privato l’uomo di sogno e speranze che invece caratterizzavano l’età antica grazie al contatto diretto con la natura.
Questa poetica si collega alla teoria del filosofo Rousseau, il quale afferma che è la ragione che svela all’uomo inconsistenza delle sue fantasie, facendolo sprofondare nell’angoscia, mentre la natura offre una fonte di illusioni che allevia i dolori.
La prima radice dell’infelicità va ricercata nel senso di vuoto incolmabile derivante dalla continua e inappagata ricerca del piacere, in quanto il desiderio del piacere non ha confini. Questa teoria, definita appunto, “Teoria del piacere”, sviluppata per la prima volta nello “Zibaldone” intorno al 1820, lega Leopardi sia al movimento del materialismo meccanicistico sia all’eredità del sensismo enunciata da alcuni filosofi francesi. Essa consiste nel collegare, almeno in questa fase iniziale del pensiero, il piacere a una situazione materiale e fisica legata soprattutto alla vista e all’udito. Piacere fisico in senso letterale in quanto dipendente da due dei cinque sensi. Le facoltà sensoriali sono infatti la fonte di tutte le conoscenza, secondo il movimento dei sensisti.
L’infelicità certa del mondo: il “pessimismo cosmico”
Il primo vero segno del cambiamento avviene quando Leopardi approda al materialismo. La sua teoria della radice storica dell’infelicità viene confutata per essere sostituita da una teoria secondo la quale, essendo la natura del tutto indifferente all’uomo, l’infelicità è un dato costitutivo e assoluto del genere umano. La natura passa da ispirazione a entità meccanica con un suo corso che fa e disfa secondo le sue leggi per mantenere la sua ciclicità e un ordine cosmico che va oltre le necessità umane.
La ragione è quindi rivalutata come antidoto contro i dormi e le mistificazioni ideologiche e consente di rivelare gli inganni che nascondono e abbelliscono la realtà.
Il valore della solidarietà.
Unita alla falsa interpretazione dell’isolamento del pessimismo c’è quella della misantropia. Come lo stesso Leopardi afferma nello Zibaldone, la sua filosofia è l’esatto opposto: infatti l’autore non perde fiducia nei confronti del prossimo.
Più che reale pessimismo egli rifiuta, e lo rende mira di sarcasmo tagliente, l’ottimismo sterile che caratterizza l’uomo illuminista e/o che si affida alla fede. Si parla anche di “pessimismo eroico” perché, unita alla voglia di smascherare gli errori del suo tempo, l’autore si propone di affrontare con coraggio le sofferenze dell’esistenza. Fa appello agli uomini affinché attraverso la pietas si uniscano contro la violenza della natura adesso distruttrice. L’insegnamento che vuole offrire è di tensione etica, auspica a una vita associata solidale e giusta, invitando così l’uomo a conservare la sua umanità: unico dono concessogli.
I Canti
I canti sono l’opera fondamentale della produzione leopardiana. Essi racchiudono il percorso personale dell’autore e ci offrono spunti di riflessioni validi ancora oggi. Insieme al tanto annoverato pessimismo leopardiano, c’è la scommessa sulla dignità dell’uomo che non si piega nemmeno davanti all’ostilità crescente di natura e destino.
Nascita e sviluppo dell’opera
Il titolo Canti appare per la prima volta nel 1831 nella pubblicazione dell’editore Patti e contiene 23 testi. Nel corso degli anni sono state pubblicate diverse edizioni sotto forma di raccolte parziali e con altri titoli.
La parola stessa che rappresenta il titolo il simbolo della struttura aperta che contiene diversi temi e varie forme di scrittura.
Nel 1835 mantenendo il titolo, viene stampata a Napoli una riedizione arriva a 39 testi, i 16 aggiunti vengono definiti “Ciclo di Aspasia”, ma è solo nel 1845 che l’amico Antonio Ranieri fa pubblicare da Le Monnier l’edizione definitiva che contiene “Il tramonto della luna” e La Ginestra” e prende il nome di “Opere”.
Stabilire una continuità di temi è molto difficile, ma questo non deve fare pensare che l’opera di disordinata, anzi risponde a un preciso ordine dato dall’autore che percorre un itinerario sentimentale e per niente casuale.
La struttura e i temi
Le canzoni giovanili
Composte tra il 1818 e il 1822 si “dividono” tra canzoni civili e canzoni filosofiche. Le canzoni civili sono “All’Italia”, nella quale paragona il nostro stato diviso dallo straniero a una bellissima donna incatenata. Troviamo poi “Sopra il monumento di Dante” e, infine, “Ad Angelo Mai”, dedicata al cardinale e filologo che scopre un’opera di Cicerone che si credeva perduta.
Queste sono le opere nelle quali si evince la sua indignazione per la decadenza morale e civile dell’Italia, scritte nel periodo del pessimismo storico, sono legati dalla tematica del patriottismo.
In questi componimenti l’autore lega la sua poetica a quella di grandi del passato, da Petrarca, tramite cui introduce il tema della noia e della vacuità essenziale, a Cristoforo Colombo grazie al quale presenta il tema delle illusioni. Tuttavia il vero legame sembra instaurarlo con Tasso, grazie alla tematica della delusione amorosa.
I testi successivi sono quelli in cui inizia la meditazione sul vero che sostituisce la visione positiva della natura. Questo porta alla riflessione sull’infelicità dell’uomo imputata prima a una motivazione storica e, in seguito, vista come una generale condizione esistenziale. In generale comunque Leopardi crede che il progresso è la causa della caduta delle illusioni, maggiormente marcata nel passaggio dalla giovinezza all’età adulta. Vengono distrutti i miti della patria, della virtù e dell’amore.
I piccoli idilli
Contemporanei ma a sé stanti sono “I piccoli idilli” che si distinguono sia per lo stile sobrio che per le tematiche più autobiografiche trattate. Si passa quindi dai temi civili all’analisi dei moti interiori.
Il termine idillio, che generalmente indica una composizione piccola e di carattere per lo più bucolico, viene rielaborata da Leopardi in maniera da “usare” la natura o qualunque elemento esterno non per come appare ma per le sensazioni che provoca al poeta.
I piccoli idilli sono cinque: “L’infinito”, “La sera al dì di festa”, “Alla luna”, “Il sogno” e “La vita solitaria” ed è in essi che la poetica dell’indefinito e del vago viene fuori. Un linguaggio lirico nuovo, basato sulla musicalità e mediante il quale Leopardi esplora l’interiorità. Crea una mitologia personale alimentata dal ricordo, dall’amore, dall’amarezza del disincanto e delle sensazioni impalpabili.
I grandi idilli
Nel quinquennio precedente all’uscita dei “Grandi idilli” c’è quasi una pausa fatta di studi e approfondimenti filosofici che danno vita alle “Operette Morali”. Nel 1828 nascono appunto i “Grandi Idilli”, o canti pisano-recanatesi, sette componimenti di cui ricordiamo “A Silvia”, “Il sabato del villaggio” e “Il passero solitario” che farà poi da prefazione ai “Piccoli idilli”.
Questa nuova composizione è simbolo dell’avvicinarsi al materialismo e al pessimismo cosmico: la riflessione filosofica lo allontana dalla realtà immediata. L’opera non è scritta in tono tragico, anzi sembra quasi distaccarsi da qualsivoglia forma di ribellione e l’animo del poeta medita con lucidità sul tradimento della natura matrigna. Il tratto che maggiormente emerge è la rimembranza, la nostalgia per le cose passate e della felicità perduta il tutto letto da una voce oramai matura e non adolescenziale. Tuttavia è nel ricordo di quella adolescenza, delle sue esperienze personali che scaturisce la sua meditazione filosofica, il natio borgo selvaggio, la sua Recanati sono visti adesso con gli occhi di un uomo disilluso a causa delle sofferenze.
L’ultima fase della poesia leopardiana
Dedicati interamente all’ inganno definito estremo, ossia l’amore, sono i cinque componimenti ribattezzati come “Ciclo di Aspasia”.
L’infelicità, espressa con fredda consapevolezza, è il simbolo della nuova e quasi polemica poesia leopardiana. Avendo quasi un’impronta argomentativa, da alcuni critici, quali Benedetto Croce, questi testi sono spesso svalutati, tuttavia poiché si tratta di poesia pensiero si spiega anche il tono più aspro e frammentario e non specificatamente filosofico.
A tema mortuario, ma con un messaggio di solidarietà tra gli uomini contro la natura, sono le “canzoni sepolcrali”. Spicca tra queste “La Ginestra”, considerata come un testamento poetico, usa l’ironia e il sarcasmo per smascherare le illusioni sociali, i dogmi religiosi e le ipocrisie. Il fiore diventa il simbolo della dignità dell’uomo.
Lo stile: le scelte metriche e lessicali
Leopardi è considerato il primo grande poeta moderno sia grazie ai contenuti filosofici che grazie allo stile che pur rimanendo fedele ai modelli classici (più come adesione spirituale che come omaggio), scardina le strutture tradizionali e le rende autonome e originali.
La prima innovazione, notata nei piccoli idilli, è l’uso di endecasillabi sciolti e senza rime specchio di una poesia libera che diventa spontanea e suggestivamente musicale.
Nei grandi idilli poi Leopardi adopera la forma della “canzone libera” composta da settenari ed endecasillabi a seconda delle necessità dell’autore.
L’ultimo ed estremamente rilevante aspetto innovativo delle composizioni di Leopardi si vede nello stile, soprattutto quello degli idilli: al linguaggio ricco di latinismi, grecismi, prezioso e quasi aulico, egli accosta termini umili, del linguaggio comune ed è proprio questo a distanziarlo da Manzoni e Foscolo.
L’infinito
Abbiamo discusso di come la poetica e il pensiero leopardiano si accostino all’indefinito, all’impalpabile e di come il ritorno alla terra natale risvegli in lui questi sentimenti, è semplice capire dunque il senso e “L’infinito”.
Immaginazione, contemplazione filosofica e la bellezza dello smarrimento sono stimolati dalla siepe sul monte Tabor che preclude allo sguardo parte dell’orizzonte. La commistione tra impossibilità di vedere e lo sviluppo dell’immaginazione lasciano una sensazione quasi di sublime smarrimento: il silenzio, lo spazio al di là, la quiete assoluta sono ciò che fa tremare il cuore del poeta.
A metà componimento interviene un fattore reale: il vento, questo fattore fa sì che il poeta torni alla realtà ma non è una sensazione permanente. È come se la poesia sia fatta di opposti, abbiamo la siepe che impedisce lo sguardo ma apre l’immaginazione, il vento che lo riporta al presente e lo annulla al contempo, “le morte stagioni” e “la presente/viva”. Lo stesso naufragio dolce è quasi un ossimoro. Perdersi in quelle sensazioni può creare smarrimento ed essere letto in senso negativo, ma l’aggettivo dolce rende l’idea positiva, sublima il senso si infinito e indefinito tipici dell’autore. Non c’è nulla di mistico o religioso nel perdersi e non si arriva a una situazione positiva, ma alla negazione di ogni nostro essere concreto.
Lo stile è semplice e lineare, ricco di aggettivi dimostrativi che permettono lo slalom tra reale e irreale, tra palpabile e impalpabile.
In generale quello che arriva ai lettori è un profondo senso di pace dopo un’irrequieta riflessione, arriva la capacità di elevarsi dalla realtà e di dar sfogo all’inquietudine della propria anima.
La sera del dì di festa
La poesia si apre con la visione di un paesaggio notturno la cui descrizione viene interrotta dalla presenza di una donna che dorme beata e sogna di incontri mondani ignara del dolore che provoca nell’autore la sua bellezza e il suo “rifiuto”.
Riflettendo sul quel dolore Leopardi passa da una analisi dei propri sentimenti a una riflessione generale sulla condizione umana. La riflessione interrotta dal canto di un artigiano, come ne “L’infinito” col vento, riporta l’autore dal vagheggiamento alla realtà e alla fugacità del tempo: il giorno di festa sta finendo e sta per essere dimenticato come sono state dimenticate le imprese degli antichi al cospetto del presente.
L’idillio è un intreccio di riflessioni personali e riflessioni filosofiche fino alla conclusione in cui l’autore ricorda quando da bambino aspettava con ansia il giorno della festa e la sua tristezza al tramonto chiudendo in maniera circolare il brano con il ritorno alla visione notturna. Questa visione rovescia l’ideale di felicità in un presagio di destino di sofferenze.
Lo stile del componimento rivela chiaramente che Leopardi vive ancora la fase di ammirazione per il mondo passato, questo traspare dall’uso di latinismi e dalle interrogative poste tra i versi 33 e 37 e tutto questo per sottolineare la decadenza del presente vissuto dall’autore.
A Silvia
La poesia riporta alla memoria dell’autore la figura di una giovane, compaesana recanatese, Silvia, accomunata all’autore dalla giovinezza e dalla speranza di un futuro felice. Purtroppo entrambi sono stati presto risvegliati dalla cruda realtà: Silvia è prematuramente morta e Leopardi ha continuato a vivere per vedere il decadimento del mondo.
Silvia viene “usata” come tramite tra il mondo dei vivi e quello dei morti, nonostante il carattere quasi autobiografico della giovane, essa diventa il simbolo del ritorno ciclico della primavera e delle illusioni. Come la Circe al telaio di Virgilio, come Persefone, anche Silvia collega il mondo reale da quello illusorio della morte.
La sua morte prematura è la stessa che accomuna le umane genti e fa comprendere il distacco assoluto dalla natura ora matrigna.
I richiami tra una strofa e l’altra, di diversa lunghezza, sono dati dai continui riferimenti ora allo stato d’animo di Silvia ora a quello dell’autore. Le coppie di aggettivi in ossimoro che caratterizzano la prima strofa indicano che la protagonista vive il suo tempo con gioia ma anche con trepidazione verso il futuro. Il componimento in generale è molto musicale sia per via delle allitterazioni tra v ed s che grazie all’uso di un lessico tipico della tradizione, quasi petrarchesco.
Il sabato del villaggio
“Il sabato del villaggio” è una poesia che cammina spesso a braccetto con “La quiete dopo la tempesta” per il parallelismo tra il passaggio da ansia a gioia e viceversa.
Il componimento, che mantiene sempre un tono pacato anche quando la filosofia leopardiana del pessimismo viene fuori, racconta di come una donzelletta, allegoria della gioventù, torni dalla campagna e si prepari per la festa che ci sarà il giorno dopo che è domenica, così come tutto il villaggio è in fibrillazione per il meritato giorno di riposo. Tuttavia sin dalle prime parole si evince che, nonostante il tono quasi scherzoso delle strofe, la parte triste arriverà, così il cenno immediato alla vecchiarella che ricorda il passato di felicità è presagio del giorno che volge al termine, della vita non più spensierata e, più genericamente, dell’infelicità.
La gioia risiede nella gioventù ancora speranzosa e nell’aspettativa del futuro, ancora una volta vediamo come manchi nel presente.
La poesia infine si chiude con una raccomandazione ai giovani di vivere la stagione della giovinezza perché l’unica lieve e soave ed è proprio questa parte che ricollega il poeta alla filosofia dell’unità dell’uomo contro la natura: egli crede nella possibilità che da qualche parte un tempo lieto ci sia.
