Vita

L’infanzia e l’adolescenza
Giovanni Pascoli nasce a San Mauro di Romagna nel 1855, da una famiglia piccola borghese. Lui è il quarto di dieci fratelli. Il padre lavora come amministratore delle finanze presso La Torre dei principi Torlonia, dove Pascoli passerà parte della sua infanzia. Nel 1862, Pascoli insieme a due fratelli si iscrive presso il collegio di Urbino degli Scolopi. Il 10 agosto 1867, la vita della famiglia Pascoli è sconvolta dalla tragica morte del padre di Giovanni Pascoli, ucciso da una fucilata. Pascoli indaga per molto tempo sui mandanti dell’omicidio del padre e ha anche dei sospetti, pare che Ruggero Pascoli sia stato assassinato perché testimone scomodo di un commercio illegale di sale, ma nel 1916 questo assassinio viene archiviato e rimane impunito.
Nel 1871, Pascoli rimasto orfano di padre deve trasferirsi presso la madre Caterina e il fratello a Rimini. Gli ultimi anni del collegio per Pascoli e i suoi fratelli sono molto difficili a causa delle ristrettezze economiche. Prosegue gli studi liceali a Firenze e poi sostiene la maturità da privatista.
Gi studi
Nel 1873, Pascoli ottiene una borsa di studio presso l’Università di Bologna, dove frequenta la facoltà di lettere, assegnata grazie all’intervento di Giosuè Carducci.
Durante gli anni universitari Pascoli subisce il fascino dell’ideologia socialista e nel 1878 a Bologna partecipa ad una manifestazione, per cui sarà arrestato nel 1879 per quattro mesi, per venire alla fine assolto in aula grazie all’intervento del suo maestro Carducci. Si laura nel 1882 in lettere classiche con una tesi di letteratura greca su Alceo. Inizia subito dopo la sua carriera da insegnante prima Matera, ma nel 1884 viene trasferito a Massa, dove vi abita insieme alle sorelle Ida e Mariù. In questo modo Pascoli riesce a ricreare quel nido familiare che era stato distrutto a causa della morte del padre. Sempre con le sorelle, nel 1887 Pascoli si trasferisce a Livorno.
La personalità di Pascoli è fragile, segnata dalla volontà di ricostruire il nido familiare ed inoltre a causa del suo forte attaccamento alle due sorelle. Le esigenze affettive del poeta sono soddisfatte dalle sorelle, che rivestono per lui quasi un ruolo materno. Nel 1895, questo equilibrio precario si rompe a causa del matrimonio di Ida, che porta il poeta ad avere delle manie depressive, che lo porteranno quasi al suicidio. A questo punto, Pascoli prende in affitto una casa a Castelvecchio di Barga e qui vive con Mariù.
Gli ultimi anni
Pascoli insegna a Bologna, Messina e Pisa, ed infine dal 1905 subentra al posto del suo maestro Carducci ed ottiene la cattedra di Letteratura italiana a Bologna. Contemporaneamente, Pascoli affianca il lavoro poetico a cui si dedica nella casa di Castelvecchio. Di questo periodo è celebre l’orazione del 1911 intitolata La grande proletaria si è mossa, con cui si schiera a favore dell’impresa coloniale in Libia. Inoltre, negli ultimi anni gareggia con Carducci e D’Annunzio nella funzione di poeta civile.
Malato di cirrosi epatica, Pascoli muore a Bologna nel 1912.
Le opere
Myricae (1891)
Il termine myricae deriva da un termine proveniente da un verso della quarta bucolica di Virgilio Non omnes arbusta iuvant, humilesque myricae “non a tutti piacciono gli arbusti e le umili tamerici” (pianta arbustiva delle zone costiere), Pascoli prende questo verso proprio per far capire che lui parlerà proprio di queste umili tamerici. Quindi prende la tamerice come un simbolo delle piccole cose, delle cose semplici. Proprio le cose semplici sono poste al centro della poesia pascoliana. Di questa raccolta fanno parte due poesie davvero importanti, X Agosto (il racconto della morte di Ruggero Pascoli, durante la notte di san Lorenzo) e Novembre.
Questa raccolta di poesie è stata pubblicata in differenti edizioni, ma quella più recente risale al 1911, ma che presenta solo delle piccole migliorie stilistiche, infatti è composta dagli stessi 156 componimenti dell’edizione del 1900.
I temi
I temi che caratterizzano questa raccolta poetica sono:
- La natura (la maggior parte dei testi presenta quadretti di campagna e la descrizione di elementi naturali. Inoltre, sembra che l’autore presenti una conoscenza diretta del paesaggio. La natura è anche vista come fonte di consolazione, ma anche di inquietudine e turbamento);
- L’infanzia (sono presenti moltissime figure di bambini, che sono però per lo più tristi e piangenti, o poveri e ammalati);
- Il mistero (la realtà appare come circondata dal mistero e Pascoli ne fa il centro di una sofferente meditazione, a differenza del Positivismo, che lo vedeva come un territorio da sottoporre ad una ricerca continua);
- Il male e la fuga nel nido (la sofferenza è generata dall’uomo sociale e non dalla natura e questo spiega il senso di smarrimento presente nella raccolta);
- I morti (questo tema è collegato a quello del nido. La morte ora viene non viene più intesa romanticamente come approdo ideale, ma fa provare solo un sentimento di paura e sgomento).
Con l’opera Myricae, secondo molti critici italiani, Pascoli porta a termine quella rivoluzione che aveva inaugurato Alessandro Manzoni, un progetto di democrazia poetica, una volta fatti fuori i dettami delle selezioni classiche.
Lo stile
Questa raccolta rappresenta una vera e propria innovazione, dato che si ha un’alternativa al monolinguismo lirico di ascendenza petrarchesca (1304 – 1374), poi pur mantenendo alcuni vocaboli della tradizione letteraria a causa della sua formazione, ora è presente anche un linguaggio pre-grammaticale, rappresentato ad esempio dalle onomatopee. Infine, compaiono termini di un linguaggio post-grammaticale, vocaboli tecnici e specialistici. Tuttavia, una precisione lessicale non vuol dire mettersi in continuità al realismo, dato che la precisione lessicale viene bilanciata da un fondo di indeterminazione. Ad oggetti specifici corrisponde sempre un valore simbolico o allegorico, che fa perdere di importanza il vero significato del termine. Ed infine troviamo la messa in rilievo dei valori di senso veicolati da elementi non semantici (assonanza e allitterazioni), che potano al dissolvimento del realismo.
Troviamo una sintassi frammentari, caratterizzate da frasi ridotte all’essenziale. Infatti l’autore preferisce la coordinazione, alla subordinazione, e questa brevità della complessità del periodo porta ad andamento ellittico e contratto. Inoltre, Pascoli privilegia la modalità esclamativa e narrativa e troviamo persino un uso originale della punteggiatura.
Pascoli fa l’utilizzo frequente delle figure retoriche dell’analogia e della sinestesia, ma anche dell’onomatopea e del fonosimbolismo. Dal punto di vista metrico si può parlare solo di una riforma, dato che non abolisce la metrica tradizionale, ma la rivisita in maniera nuova.
Pometti (1897)
La prima edizione dei poemetti risale al 1897, ma poi verranno suddivisi da Pascoli in Primi poemetti (1904) e Nuovi poemetti (1909).
Rispetto a Myricae troviamo delle strutture metriche più ampie, con lo scopo di innalzare i toni e i contenuti. Questa altezza si accompagna alla celebrazione della natura, che porta salvezza nella realtà brutale della civiltà industriale. In tal senso, deve essere compreso l’esaltazione della piccola realtà borghese. Pascoli fa l’utilizzo di una sperimentazione linguistica, perché è alla ricerca di termini nuovi e autentici che mirano ad una pertinenza assoluta. Infatti, Pascoli ricorre nell’utilizzo di una lingua speciale.
Canti di Castelvecchio (1903)
Questa raccolta poetica, dedicata alla madre, fu pubblicata per la prima volta nel 1903. La raccolta comprende due sezioni e un’appendice. Nonostante quest’opera si ponga in continuità a Myricae, infatti troviamo lo stesso verso tratto dalla quarta bucolica di Virgilio, però ora troviamo una metrica più ampia e un plurilinguismo arricchito. Il tema dominante è soprattutto autobiografico e le poesie sono ordinate secondo l’alternarsi delle stagioni. Ricordi dolorosi, come la morte del padre, sono accompagni da uno sguardo malinconico sull’ambiente.
Poemi conviviali (1904)
Il titolo di questa raccolta, fa riferimento alla rivista romana il Convivio. In quest’opera pubblicata nel 1904, sembra come se Pascoli volesse alzare il contenuto e la forma rispetto alle raccolte precedenti, infatti ora si hanno poemi. In questa raccolta, i protagonisti nonostante siano personaggi storici o mitologici, sono considerati antieroi consumati dal dubbio, eroi del mondo classico che vengono calati nel clima culturale del Decadentismo.
Secondo Pascoli l’antichità è proprio il luogo in cui imprimere il segno della propria emotività, in un modo ormai perduto, che sembra vivere solo nella memoria delle nostre stesse attese e sofferenze, un eterno che è sempre nuovo.
La produzione in prosa
Pascoli sarà autore di diverse opere in prosa, in cui studia le figure di Dante e Leopardi. In opere come: Minerva oscura (1898), Sotto il velame (1900) e La mirabile visione (1906). Sicuramente una delle opere in prosa più famose è Il fanciullino.
Nelle opere civili che lui scrive si intrecciano un generico umanitarismo e un amore per le glorie italiane. Questo emerge in particolare ne La grande proletaria si è mossa.
La poesia civile
Lo stile Carducci influenza questo stile letterario di Pascoli, anche in qualità di poeta della storia e della gloria nazionale. Fanno parte di questa fase Odi e inni, i Poemi italici e gli incompiuti Poemi del Risorgimento.
La produzione poetica in lingua latina
Le immagini, le tematiche e le tecniche compositive accomunano l’opera latina di Pascoli e quella in lingua italiana. L’identificazione con personaggi condannati o reietti, in Pascoli, nasce dal fatto che il poeta stesso riversa i suoi tipici stati d’animo nei personaggi.
Da un punto di vista espressivo troviamo caratteri peculiari dello stile e del simbolismo, infatti il suo è un latino ben diverso da quello tradizionale classico. Questo testimonio un’estrema libertà del poeta nel relazionarsi con forme e immagini del passato.
I temi
Il fanciullino
Nel saggio Il fanciullino possiamo trovare una riflessione scritta da Pascoli sulla poesia. In questo saggio troviamo l’idea che in ogni individuo è presente un fanciullo che osserva tutto con meraviglia. Il poeta sa ascoltare e trascrivere questa voce ed utilizzerà una lingua ingenua.
Ora troviamo una nuova concezione della poesia, fondata su una logica irrazionale, sull’intuizione e sull’immaginazione. La poesia diventa il luogo della conoscenza istintiva delle cose, grazie alla quale si arriva ad una conoscenza più approfondita della natura. Infatti, la sensibilità del fanciullino porta alla conoscenza del valore segreto che risiede in tutto. Questo carattere alogico della poesia porta all’esplorazione di territori misteriosi e per questo la parola poetica non descrive la realtà. Secondo Pascoli la poesia è un’attività per lo più metaforica, che recupera le voci della natura e adotta una lingua in una fase pre-grammaticale. I fanciullini tendono a personificare tutto, legando manifestazioni naturali a fenomeni soprannaturali, mentre il poeta risale agli arbori della propria esistenza, ripristinando un rapporto magico con la realtà.
L’unico obiettivo che la poesia si riconosce è quello di esprimersi con purezza e Pascoli sottolinea l’autonomia tra l’atto poetico e la sua natura disinteressata e spontanea. Se lo stile di Pascoli è da un lato rivoluzionario, dall’altro si attiene a istanze consolidate, come la conservazione della rima e il rispetto della forma metrica.
Il “nido”
Pascoli rimane profondamente traumatizzato dai lutti familiari, per questo motivo cerca di trovare conforto negli affetti familiari e nelle atmosfere più care e personali. Non a caso nelle sue poesie è evidente l’opposizione tra dentro-fuori. Inoltre, Pascoli vede con terrore la civiltà industriale e il progresso di stampo positivistico, che espone l’uomo ad un maggior pericolo. Secondo Pascoli, l’unico modo che ha l’uomo per salvare la propria integrità ed innocenza deve regredire all’età dell’oro dell’infanzia, che rimane salvo dalle inquietudini della modernità.
Per Pascoli la custode di questo mondo degli affetti è la madre, che rassicura i luoghi del nido e del camposanto. Il nido rappresenta il luogo della ricomposizione dell’unità familiare (riparato dalla società), mentre il camposanto è il luogo in cui si tenta di rimettersi in contatto con ciò che si è perso nella realtà. Il mito del nido nasce come un tentativo di opporsi alla fragilità e alla rovina. Nessuno deve interferire con questo universo difensivo.
La madre nella sfera degli affetti rappresenta una vera e propria divinità-guida proprio perché simboleggia la felicità dell’infanzia e la sopravvivenza degli unici vincoli possibili dell’uomo. La condizione protetta dell’infanzia è l’unica cosa che da sollievo a Pascoli, soprattutto al pensiero di essere un orfano condannato allo sradicamento. La vita reale del poeta è dominata dalla paura e dall’incertezza, infatti spesso nella poesia pascoliana è possibile trovare segni di una regressione all’infanzia, ad esempio è possibile trovare suoni e voci pre-verbali. Tuttavia, il ricordo della felicità infantile non consola Pascoli, perché non gli consente di poter vivere realmente il suo passato e perciò aumenta il rimpianto che Pascoli prova. L’incontro con il passato non può avvenire su questa terra.
Il simbolismo
Ciò che Pascoli rappresenta corrisponde al frutto di una realtà filtrata, in questo modo tutto nella sua poesia si carica di un sovrasenso simbolico. Gli oggetti e i particolari sono sempre carichi di un significato e il poeta può entrare nell’anima del mondo grazie alla propria soggettività.
Pascoli cerca di trovare il senso perduto della realtà e lo fa tramite un’immagine che riassuma una realtà universale. Ovviamente questo simbolo non può essere espresso in termini razionali. Il poeta non è tenuto ad illustrare il contenuto delle sue poesia, ma devono essere i lettori a comprendere il vero significato che il poeta mette nella poesia, per cogliere l’impalpabile verità del mondo. Per quanto l’attenzione al dettaglio in Pascoli sia ereditata dalla corrente positivista, lui non si prefigge lo scopo di illustrare oggettivamente la realtà. Tuttavia, tutto ciò che viene descritto, anche se nei minimi dettagli, non deve essere considerato in sé, perché si trova all’interno di nessi emozionali, che li lega alla sfera personale del poeta.
L’impegno civile
Negli ultimi anni della sua carriera letteraria, Pascoli scriverà delle poesie d’occasione su argomenti di attualità o di avvenimenti storici. Probabilmente, Pascoli fa questo per cercare di ritagliarsi un ruolo pubblico, per entrare in contatto con la massa dei lettori. Forse fa questo anche perché nel Fanciullino Pascoli scrive che il poeta deve anche interpretare il sentimento collettivo. Tema preso e aggiornato sul modello romantico. In diverse sue raccolte, pascoli esprime la sua ambizione a poeta vate e cantore della Storia. Ad esempio, basti pensare alla Grande proletaria si è mossa (1911) in cui si parla dell’impresa colonia libica. In Pascoli la motivazione umanitaristica assume un carattere nazionalistico, poiché può esse la soluzione per nazioni meno ricche, in cui i contadini sono costretti ad emigrare.
Lo spirito di fratellanza che Pascoli prefigura nel Fanciullino viene riversato nelle sue opere più volte. La pace sociale viene invitata grazie alla solidarietà e alla condivisione, a discrezione della classe sociale. Ora, Pascoli recupera da Leopardi il messaggio di concordia tra gli uomini, ma che però non si inserisce in una compiuta ideologia politica, perché Pascoli non si separa mai dall’ingenua dimensione idilliaca in cui sono neutralizzati i duri conflitti. Quindi, il nazionalismo che affiora nelle opere di Pascoli è intenso come difesa delle radici, dell’identità e delle tradizioni, estendendo il concetto di nido alla patria.
L’interesse per la classicità
In Pascoli è presente un classicismo retorico, ma affina un immaginario romantico con letture straniere. Questo suo interesse per la classicità si riversa ovviamente nel suo stile, come ad esempio nelle scelte metriche o nell’utilizzo di termini derivanti dal latino o dal greco. Però risulta davvero importante, sotto questo punto di vista, il processo di identificazione che Pascoli pone in atmosfere ed esperienze del passato. In questo senso, si può immaginare come l’autore riversi nel passato le sue angosce personali. Per Pascoli la classicità è lo specchio della propria interiorità, un luogo in cui si possono rintracciare i caratteri costanti della vita umana.